All'inizio dell'anno si riparte sempre con nuovo spirito, molti fattori spronano a metterci energia; altri eventi invitano a rallentare e riflettere.
Ad esempio, ogni gennaio capita di scoprire che qualcuno ha chiuso al “maledetto” 31/12, nell’assordante silenzio delle Feste. Troviamo le saracinesche chiuse, o il sito azzerato, o la mail senza risposta. Finire l’ultimo dell’anno: questo si tende a fare in Italia per ragioni anzitutto fiscali. Ed è in uso pure tenerlo nascosto o quasi, fino a fatto compiuto, per questioni più complesse.
Ricordo ora, una piccola ma splendida libreria che si trovava in un borgo su un grande lago, un lago etrusco.
Lì vendemmo i nostri libri per qualche anno, organizzammo anche una bella presentazione – nonostante la distanza.
Quando
fu costretta a chiudere a causa delle poche vendite e di pressioni
varie, la libraia contattò in tempi utili gli editori annunciando
l’inevitabile conclusione.
Si premurò di rendicontare tutti i libri, saldò i pochi venduti.
Ricevemmo
le giacenze in un buon packaging, trovandovi dentro un breve messaggio
scritto su una carta pregiata e in bella calligrafia, che recitava:
grazie per la fiducia che ci avete riservato.
Penso che lo stile e la dignità si riconoscano, una volta di più e chiaramente, nei momenti in cui la barca sta affondando. Non ho trovato spesso quello stesso stile. Riconosco di aver letto, negli occhi di qualcuno, onestà e forza anche in tempi recenti, nel corso di altre chiusure. Così come resto ancora basito dalla noncuranza con cui altri hanno mollato, fregandone di amici e collaboratori. Ma il punto che mi preme è un altro.
Sono vent’anni, da quando son salito sulla
barca dell’editoria, che c’è chi pensa che stiamo andando a fondo,
cercando al contempo di scongiurare questo fatto in ogni modo possibile,
a tratti rimuovendo, lanciandosi nelle “fiere dell’ottimismo”, o
simili.
Io credo che continueremo ad essere in questo stato di incertezza ancora per diversi anni.
Forse arriveremo alla “pensione” continuando a sentirci come se stessimo “andando a fondo”.
Ma perché non si va mai definitivamente “a fondo”?
Penso che tutto ciò abbia a che fare con uno
stato, o per lo meno un sentimento, specificamente esistenziale e di
contatto con l’autenticità della condizione umana.
Il Libro riflette
questa condizione nella sua essenza e finché ci sarà umano ci sarà
Libro. Forse senza un gran business, e chissà in quale nuovo formato, ma ci
sarà.
Così come credo che la vita di quella libraia – che non ho più
sentito – sia comunque ricolma di
libri, di carta, di parole. E chissà forse di una silenziosa, misurata
ma utile monetizzazione, ancora legata ai libri rimasti, veicolati,
scritti … come è giusto che sia.
In altre parole, e senza sprofondare nel
dettaglio ontologico, penso che siamo in un certo senso invitati, se non tenuti, a
stare in questo bilico e mantenerlo vivo in quanto tale. Senza
rimozioni, soluzioni facili, proclami né rimozioni.
Ma per la natura
stessa della nostra attività.
Così pure il Self publishing, inteso anche come editoria del sé,
apre orizzonti notevoli alla possibilità di mantenere il bilico,
riscoprire il valore umanissimo e persino magico della scrittura (che la
letteratura ha tenuto vivo, rivelandolo solo a tratti e
silenziosamente) … e magari monetizzando un poco.
Perché hanno
ragione gli americani, nel dire che «la pubblicazione è sempre e
comunque un atto commerciale». È vero. Ma la scrittura no, è troppo
altro. È un atto magico di cui dovremmo riscoprire costantemente i
contorni.
Occuparsi oggi di “editoria del sé” (self publishing …?)
significa anche tenere insieme questi aspetti e insomma, ancora una
volta, promulgare l’incantesimo. Grandi flussi di energia e piccoli
flussi di denaro? Può darsi.
Poi nella vita c’è molto altro; molte cose non sono realmente importanti; e meno male.
Spero di parlarne di tutto questo prossimamente, in qualche contesto appropriato.
Lorenzo Pecchioni
Editoria del Sé
Febbraio 2026

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